Il «cinque e cinque» — Livorno e la torta di ceci
CURIOSANDO — IL «CINQUE E CINQUE»
Il «cinque e cinque» è il panino livornese per eccellenza: una pagnottella di pane francese con dentro una fetta di torta di ceci, ancora calda. Cibo da operai del porto, mangiato in piedi, avvolto nella carta gialla. Una cosa semplicissima — pane e farina di ceci cotta — che a Livorno è diventata identità.
Il nome viene da un’epoca precisa: gli anni Trenta del Novecento, quando una pagnottella costava 5 centesimi di lira e una fetta di torta altri 5 centesimi. Dieci centesimi totali, il prezzo di un pranzo per chi lavorava sulle banchine. Il nome è rimasto anche quando i centesimi sono diventati prima lire, poi euro.
La «torta» (a Livorno si chiama così, non «cecìna» — quello è il nome dei pisani, e tra le due città c’è una rivalità antica) è la cugina livornese della farinata genovese: farina di ceci, acqua, olio d’oliva, sale, pepe, cotta in teglie di rame a fuoco vivace, fino a essere dorata fuori e morbida dentro. Va mangiata «a bollore», cioè caldissima — fredda perde la sua ragione di essere.
Una leggenda popolare attribuisce l’invenzione della torta di ceci a un episodio della battaglia della Meloria, nel 1284: navi genovesi rientrate al porto con dei sacchi di ceci e dei barili d’olio rovesciati, mescolati all’acqua di mare. I marinai esausti avrebbero mangiato quell’impasto seccato al sole, scoprendo che era buono. Storia da prendere con la cautela del folklore — ma il consumo di farinate di ceci nelle città portuali tirreniche è ben documentato dal Medioevo. Genova, Pisa, Livorno, Nizza, Marsiglia: ogni porto la chiama con un nome diverso (farinata, cecìna, torta, socca, panisse) e ognuno rivendica la paternità.
Per la comunità ebraica livornese, presente in città dal 1593 grazie alle Livornine — le leggi che il granduca Ferdinando I di Toscana emanò invitando ebrei e mercanti perseguitati a stabilirsi liberamente nel porto — la torta di ceci entrò presto nella tradizione: era parve (cioè né di carne né di latte), cuoceva in olio, costava poco. Si poteva mangiare in qualunque combinazione kasher senza pensieri. Il «cinque e cinque», nato come spuntino popolare per tutti i livornesi, è entrato così anche nella cucina ebraica di città, e Ornella — che a Livorno visse — l’aveva tra le sue tracce di sapore di una città amata.